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Ciao zia Lidia

Nella notte tra domenica e lunedì ci ha lasciati, in punta di piedi, zia Lidia: vera zia per me, ma comunque zia Lidia un po’ per tutti.

Pur tra le vicissitudini anche dolorose che 85 anni di vita possono comportare, ha avuto una vita ricca, movimentata, affascinante.

Donna decisamente emancipata per i suoi tempi, e forse anche per i nostri: staffetta partigiana, alpinista di valore, ottima sciatrice e per me maestra, pittrice, imprenditrice.

Viaggiatrice indefessa per il mondo con il suo gruppo di amiche, che noi malignamente chiamavamo “le babe”.

Caratterino non facile: affettuosa, generosissima, sempre disponibile, ma anche piuttosto autoritaria (tendeva a farti fare le cose che voleva lei e fatte come le voleva lei).

A zio Filippo, quando fatalmente tendeva a rallentare la guida per via della sua indole tranquilla, diceva invariabilmente: “dai Filippo, schiaccia il chiodo”, seguito da un “pedala, Mosè”.

Quante gite in montagna, quante giornate passate nella per me affascinante e misteriosa Fornace Spagnoli andando e tornando con la sua mitica 500, quanti pomeriggi a trovare zia suor Rosa (che ripensandoci ricordava un po’ suor Mary Stigmata dal film “The Blues Brothers”), allora direttrice della Clinica Elioterapica “Villa del Sole” di Desenzano.

Quante partite a Mercante in Fiera con zii e cugini, con zio Filippo a fare da abile e fantasioso banditore della compravendita di carte.

Quante cotolette, quanti ravioli, quante lasagne; quante spumiglie, quante mandorle caramellate, quanti datteri ripieni di mandorle e ricoperti di cioccolato, quante scorzette glassate (che a me sinceramente non piacevano molto, ma che mangiavo per non contrariarla); quanti strani esperimenti culinari.

E soprattutto, quanti krapfen, da fare indigestione, nel disperato tentativo di superare l’imbattuto record dello zio Lino.

Una parte della mia (limitata) cultura la devo alla lettura di “Selezione del Reader’s Digest” (che io leggevo letteralmente “reder digest”), sempre presente a casa di zia Lidia.

Per prendermi in giro ogni tanto mi chiamava “dagli appennini alle ande”, nomignolo un po’ lungo di cui in realtà non ho mai compreso bene il significato.

Ciao zia Lidia, grazie di tutto: ci hai voluto bene, ti abbiamo voluto bene.

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