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Giordano

Un ricordo di Giuseppe Bailetti “Giordano”, in un contributo del figlio Giacomo Bailetti.

PREMESSA

Tita e Giordano

C’è un episodio della resistenza che tante volte ho chiesto a mio padre di raccontarmi. C’era qualcosa di importante da capire in questo episodio sul significato di bene e di male, di sconfitta e di vittoria.

E’ il 26 agosto del 1944. In Valle Sabbia inizia un rastrellamento da parte di tedeschi e fascisti. Giordano e alcuni suoi compagni si rendono conto che lassù, più in alto, alla Baita del Paio sotto la Corna Blacca, Tita Secchi e i suoi compagni rischiano di essere raggiunti e catturati. Mio padre si prende l’incarico di avvertirli. Doveva giungere prima che si chiudesse su di loro la morsa del rastrellamento.
Dal racconto di mio padre si capiva che la sua corsa fu strenua e disperata. Quando arrivò al Paio a dare l’allarme ormai anche i nazifascisti erano molto vicini. Tita e diversi suoi compagni vennero catturati e dopo alcune settimane uccisi in una caserma di Brescia.

due sconfitti

Il male aveva prevalso ancora. Tita e Giordano soggiacevano alla perfida potenza della sconfitta del bene. Due uomini giusti: Tita avrebbe potuto starsene lontano dalla guerra godendosi tranquillo il proprio benessere economico; Giordano avrebbe potuto tenersi stretto il posto di lavoro sicuro, ottenuto alla fabbrica S. Eustachio e garantire così una vita dignitosa alla sua numerosa e indigente famiglia.
E invece una forza più grande di loro, che veniva da dentro, irresistibile, li spinse a fare la scelta più difficile, a mettere in pericolo la loro vita e quella delle loro famiglie.
Per molto tempo ho pensato che la morte di Tita e la strenua corsa di Giordano rinnovassero la consueta e avvilente rappresentazione della vicenda dei giusti perdenti e del male che prepotente trionfa.
Pensando a Giordano Mario Cassa si chiede:“ed ebbe mai battaglie vittoriose questo piccolo adamantino eroe dei miseri ?” E risponde laconico: “poche certo; forse nessuna”.

e la loro radiosa vittoria

Da un certo momento in poi però ho iniziato a convincermi che mi sbagliavo. Tutto dipende infatti da come si fanno i bilanci nelle vicende umane.
Certo, se ci si ferma ad osservare l’orrore e l’ingiustizia della cattura e della fucilazione di Tita, se ci si limita a contemplare l’impotente impegno della corsa di Giordano, risparmiato alla morte e condannato a vivere nella ricerca senza tregua dell’inverarsi di un mondo più giusto, allora non si può che fare un bilancio triste e senza speranza.
Se vincente è colui che prevale sull’altro o che sopprime l’altro; se perdente è chi è sopraffatto dall’avversario o annientato dal male, allora gente come Tita e Giordano non sono senza dubbio vincenti.
Ma se si cambia prospettiva e ci si pone da un più alto e lungimirante punto di vista allora vincitore è chi, sconfitto, non è cancellato dalle proprie sconfitte perché risorge dall’annientamento e continua a vivere ostinatamente tra la gente come esempio da imitare; continua a suscitare in qualcuno l’insopprimibile desiderio di ripartire da dove lui si è fermato per proseguire l’opera di costruzione di un mondo di fratelli, liberi ed uguali.
Allora vincitore è chi, come Giordano, “attraverso la sua vita di sconfitto”- come scrive don Piero Lanzi ricordando l’Apocalisse di S. Giovanni – permette “a noi di osare ancora pensare possibili cieli nuovi e una nuova terra abitata dagli uomini e dalle donne in pace e abitata da quel Dio che ci ha accolto”.
Vittorioso è chi può esprimere la certezza che Giordano, quando era ormai immobilizzato a letto dalla malattia, ha espresso a Renzo Baldo: “non sono più in grado di camminare, ma sicuramente altri continueranno a camminare”.
“Non è una tragedia morire – aveva confidato tanti anni prima ad un mio compagno di liceo che lo ascoltava stupito – l’importante è che ci sia qualcun altro che riparta da dove noi ci siamo fermati e prosegua il nostro cammino verso un mondo più giusto.”

Per questo mi sbagliavo, per questo Giordano e Tita hanno vinto e gli uomini come loro vinceranno sempre.
Ed è, mi pare, per la speciale possibilità riservata ai giusti di sopravvivere alla propria morte, che può capitare, come scrive Domenico Forcella, non solo di cercare Giordano ma anche di incontrarlo ancora oggi.
Lo incontriamo quando “al disorientamento per la realtà che ci circonda” – scrive sempre Domenico – cerchiamo “le sue risposte”.
Quando incontriamo la ribellione all’ingiustizia che lui ha insegnato. Quando incontriamo un suo simile, una qualche “silenziosa sentinella – come scrive Mario Cassa – del dovere civile, d’una tradizione cattolica, formatasi e adusatasi, nei millenni, ad affrontare senza speranza e senza disperazione, l’immensa pena del mondo”.
Si ritrova Giordano quando si incontra l’uccello bianco che lui esortava – come ci ricorda Gianbattista Tirelli – “a rintracciare come si fa per un tesoro, perché il suo volo orienta alle cose veramente importanti che rendono i giorni degni d’essere vissuti”.
Lo ritroviamo, Giordano, quando guardiamo lo sguardo delle persone che lo hanno rispettato, amato, ed imitato.
Sì perché mio padre, nella propria esistenza, ha visto continuamente nascere, dalle sue esperienze buie, grappoli di luce. Ha visto maturare dalle “sconfitte” frutti positivi che gli hanno consentito frequentemente di assaporare momenti di gratificazione e anche di gioia. Occasioni liete, determinate sicuramente dalla convinzione di avere comunque sempre operato per un bene non proprio, ma derivanti pure dal vivere su di sé l’apprezzamento che tutti gli hanno sempre manifestato in modo aperto.
Gli amici, in particolare, gli hanno dimostrato un affetto più che fraterno. Ricordo in particolare l’ultimo periodo della sua vita, diventato evento corale dalla presenza costante di amici, medici e non medici. Sono molti gli episodi e i nomi che si affollano nella mente e non oso evocarli qui solo per il timore di dimenticarmi di qualcuno.
Ma non solo gli amici lo stimavano. Nonostante per me fosse normale avere vicino un papà così e, di conseguenza, non facessi granché caso alle sue qualità, tuttavia la mia “distrazione” non mi ha impedito di notare e di essere colpito dal rispetto che suscitava anche nelle persone che erano lontane , forse anche contrarie, al suo modo di pensare o alle sue scelte di vita. Si trattava di un rispetto quasi reverenziale.
Un ossequio che non derivava dal fatto che egli avesse un qualche potere da far valere sulle persone. L’ossequio nei confronti di chi può amministrare una fetta di potere è molto diffuso e per nulla raro ed è suscitato dalla speranza di ottenere vantaggi. Esso non ha nulla a che fare con quello che leggevo nello sguardo delle persone che incontravano mio padre, dal quale non potevano attendersi nessun particolare favore. Qui si trattava del rispetto profondo per una persona che nei fatti teneva una condotta limpida e indifferente al proprio tornaconto personale.
E per la sua assillante ricerca di una verità, per il suo spasmodico desiderio di far valere la giustizia, forse davvero è possibile, come disse tempo fa in un’intervista il suo amico pittore Antonio Stagnoli, avvicinarlo alla figura dell’ eroe.

QUALCHE CAPITOLO DELLA SUA VITA

In occasione della pubblicazione di questo libro ho potuto riguardare tante cose. Ho rivisto i suoi quadri che per lui erano, come ha detto il suo amico pittore Ernesto Treccani, “un prolungamento della vita, un modo di vivere che si fa segno e colore”. Ho potuto rileggere la poesia delle sue parole, scritte spesso con l’aiuto di mia madre Luisa, su pezzi di carta o pubblicate su qualche giornale. Ho letto recensioni delle sue mostre, articoli che parlano di lui e delle tante belle cose che fatto. Giovandomi di tutti questi beni che ho ricevuto in eredità voglio ricordare alcuni capitoli della sua intensa vita.

La Resistenza

Già ho detto della decisione, da parte di mio padre, di lasciare il tranquillo e sicuro posto di lavoro alla fabbrica S. Eustachio per entrare nella resistenza, nel gruppo T3 della brigata Perlasca.
“Cresciuto – scrive Paolo Corsini – ad un’educazione religiosa fatta di vincolanti coerenze, di una pratica di fede alimentata da forti istanze etiche e da una libera scelta della coscienza, contatta alcuni sacerdoti della parrocchia di S. Faustino – don Luigi Stagnoli, don Giacomo Vender – che lo mettono in collegamento, tramite Francesco Brunelli, con i gruppi partigiani operanti in Valle Sabbia”.
Sulla tessera delle Fiamme Verdi, la formazione partigiana cui mio padre aderì, era riportato l’impegnativo giuramento che esordiva così: “giuro di combattere finché tedeschi e fascisti non siano cacciati definitivamente dal suolo della patria, finché l’Italia non abbia Unità, Libertà, Dignità”; e concludeva: “qualora venissi meno al mio giuramento, invoco su di me la vendetta dei fratelli italiani e la giustizia di Dio”.
Fu duro rispettare questo giuramento.
La resistenza non fu un esaltante duello che si dispiegava al ritmo inebriante del suono della fanfara: c‘erano “uomini che cercavano altri uomini in una caccia spietata”, scrive Giordano.
All’inizio neppure tra compagni che avevano fatto la stessa scelta c’era piena fiducia. “In montagna – scrive Giordano – all’inizio vi era diffidenza fra di noi. Si aveva a che fare con gente sbandata, fuggita da tutti i fronti, con stranieri che si erano salvati da tante prove, usando tanti espedienti. E in noi si faceva strada sempre la stessa domanda: ci si può spogliare di ogni diffidenza fidandosi del compagno ? Avrebbe resistito fino in fondo anche davanti alle prove più dure oppure avrebbe tradito ? Questi interrogativi si radicavano dentro di noi toccandoci nel profondo e rimanevano senza risposta fino a quando non si riusciva a vedere al di là del nome che ci eravamo dati. Ma dopo i primi scontri con i tedeschi e i fascisti nei rastrellamenti e la morte di qualche compagno si formò tra noi quella amicizia e quel legame sincero che sarebbe andato al di là del nome che ci eravamo dati e che ci avrebbe aiutato a superare le difficoltà nei momenti di stanchezza , di sfiducia e di paura”.

In tutte la parole che mio padre ha scritto sull’esperienza partigiana e che ho potuto rileggere in questi giorni, non si riesce mai a trovare un cenno di retorica e di odio. Esse sono impregnate del sapore acre che lasciava la scelta di combattere imposta da un superiore senso di giustizia.
Fra i momenti più terribili della lotta partigiana ci fu il grande rastrellamento del 1944, cui ho già fatto cenno all’inizio di queste riflessioni.
Un bel pezzo teatrale recente “La parete nord”, scritto da Alessandro Manzini, ricostruisce così l’inizio di quella vicenda e la corsa disperata di Giordano per avvertire il gruppo di Tita dell’imminente arrivo dei nazifascisti.
“A Bagolino e nelle caserme circostanti, più di tremila soldati sono pronti a una grande operazione di rastrellamento per “ripulire” la zona della Corna Blacca e dell’Alto Maniva. SS Tedesche, SS Italiane, Alpini Tedeschi, Polizia Verde, Bolzanini, Monterosa, GNR, Guardie del Duce e Brigate Nere: tutti uomini esperti in combattimenti antiguerriglia.
Dino, il Bresa e Giordano sono quasi giunti a Bagolino. Poco prima di raggiungere il paese si trovano di fronte le avanguardie delle truppe tedesche partite per l’imboscata. Non vengono visti e tornano indietro di corsa per avvisare i compagni; si dividono, è Giordano ad andare su alla cascina del Paio. Deve correre, correre, correre, e salire alla cascina prima dei tedeschi.”

Mio padre traduce con queste parole la tragedia in cui si trovò.
“Le spie avevano fatto il loro lavoro e dopo arrivarono tanti tedeschi e fascisti.”
Fra i partigiani v’erano ragazzi con i pantaloni corti, “ragazzi dalle gambe da oratorio che sembravano lì per scappare da una guerra, invece c’erano proprio dentro e facevano sul serio”. “Di quei ragazzi con i pantaloni corti molti morirono qua e là volgendo lo sguardo al cielo sceso giù in basso, quel cielo che ti avvolge e non ti lascia vedere più niente”.
“Spararono molto e poi ci furono grandi silenzi, quei silenzi che si sentono solo dopo gli spari, mescolati alla voce del tedesco che rimbalza nei canaloni, va su in alto e diventa come l’abbaiare di un cane”.
“Anche Rico è finito così, aggrappato alla finestra, ferito: lo avevano circondato e non poteva più scappare, urlava e chiedeva tante cose insieme, non si riusciva a capire”. “Poi il silenzio, l’abbaiare del cane e uno sparo isolato. Lo trovarono il giorno dopo con un buco nella testa”
“Intorno alla Corna Blacca il cielo era sparito, era rimasto un tempo lungo che non era né giorno né notte e dentro, dei piccoli uomini sparsi qua e là, nell’odore di bruciato spento dalla pioggia, che dovevano continuare la loro guerra”.
Questi “piccoli uomini”, come li chiama Giordano, dovevano decidere ogni volta cosa fare, confrontandosi con la propria debolezza, la propria coscienza e dovevano scegliere.
“In questa strana guerra – dice ancora – ogni azione veniva discussa e decisa insieme: la responsabilità quindi ricadeva su ognuno. Non era come negli eserciti dove gli uomini che comandano sono lontani dagli uomini che muoiono”.
“Quando si faceva un’azione non si pensava che poi dovevamo farne un’altra: era l’ultima. Poi bastava una minestra, un attimo di sicurezza, un angolo asciutto e si ricominciava.”

E non mancarono momenti di rimorso. Durante un rastrellamento effettuato dai fascisti e dai nazisti alla ricerca del loro gruppo T3 “un sordomuto era rimasto ucciso: non aveva sentito quando i tedeschi gli avevano intimato l’alt, aveva continuato a camminare e i tedeschi avevano sparato. Anche lui non era riuscito a restarsene fuori; era morto lì forse senza capire il perché”.

E tra uno scontro e l’altro bisognava cercare di sopravvivere. Nell’inverno del 1944 “il cielo era bagnato di freddo, il freddo che ci rimaneva attaccato dentro come tutte le altre cose nascoste per paura di mostrare debolezza ai compagni”.
“Si scendeva nelle cascine basse come lupi affamati, ci davano un po’ di polenta, un po’ di minestra, e poi risalivamo nelle baite vuote un po’ qui, un po’ là per non pesare troppo su chi ci aiutava”.
Grande era, da parte di mio padre, l’ammirazione e la compassione per i contadini che li avevano ospitati nelle loro cascine, mettendo a repentaglio la vita loro e della loro famiglia. “I tedeschi salivano da tutte le parti – scrive Giordano del grande rastrellamento dell’agosto 1944 – il mandriano Cico fatica a riunire il bestiame che è molto agitato. Il cane abbaia, corre. Cico trascina il maiale grosso, uno piccolo lo porta in braccio e ci guarda con i piccoli occhi sotto l’ala del cappello. Molti mandriani ebbero fienili, malghe, cascine bruciate. E qualcuno dovette liberarsi del bestiame perché non si sentiva più di tornare sul posto”.
Ho un ricordo molto vivo di un intervento che Giordano fece durante una conferenza presso l’Associazione Artisti Bresciani, allora in via Gramsci, probabilmente in occasione dell’esposizione di suoi dipinti: le sue parole pacate che ricordavano il coraggio dei mandriani scorrevano, davanti al pubblico fermo e attento, immerse in un denso, teso silenzio che fu rotto, alla fine, dal suono compatto di un fitto e fragoroso applauso.

Durante la resistenza ci furono anche momenti di quiete e mitezza. Come quello rappresentato dal quadro in cui Giordano e il suo grande amico Marco Passega (nome di battaglia spik) dormono insieme in una cascina accanto ad un maiale per scaldarsi.
E ci furono momenti in cui l’assurdità della guerra si faceva dolorosa poesia. Durante una camminata notturna verso il monte Guglielmo, dopo che i cani delle cascine presso le quali erano passati avevano cessato di abbaiare – scrive Giordano – “i grilli ricominciarono a cantare; erano tanti, come le stelle. Sembrava che il canto e la luce delle stelle si toccassero. Sembrava che se gli uomini avessero guardato il cielo la guerra sarebbe finita. In una sera così non si riesce a convincersi che c’è la guerra e si è costretti a uccidere”.

Dopo la liberazione non fu facile riprendere la vita normale. La guerra fu per i partigiani una nera esperienza difficile da mettersi alle spalle. Per alcuni vi furono anche prove aggiuntive. Come per l’amica carissima Mariuccia Lanfranchi, che dovette patire l’atroce dolore dell’uccisione di un fratello ad opera dei fascisti e di un altro fratello ad opera dei partigiani. O come per Renato Arenghi che per anni dovette combattere contro malattie contratte a causa degli stenti patiti durante la lotta in montagna.
“ In quei giorni – scrive Giordano – è stato per me e per molti un alternarsi di gioia e di dolore. Era la fine di una guerra, ma ognuno di noi sentiva il peso, la fatica, anche la paura, di non essere più capace di godere la libertà. Troppe cose erano successe, troppi i lutti, troppa la fame, la paura. Non bastava un giorno per diventare diversi e per ricominciare a vivere. Ti portavi dietro l’odore di quei giorni. Anche il tempo era indurito e i rumori rimanevano nemici.”.
“Stavamo uscendo da sotto la terra stracciati, affamati, sporchi di sangue per costruire una democrazia che non conoscevamo. E man mano si scopriva che quella democrazia ci pesava addosso piena di responsabilità ”.

La fabbrica

La fabbrica nei quadri di mio padre è, come scrive Elvira Cassa Salvi, “fabbrica-macchina-mostro”: è “ferro”, “polvere di ghisa”, “frastuono”, “stridore di macchinari”. E’ luogo, come ha scritto Giuseppe Tonna, popolato da figure “estenuate, prigioniere del duro elemento da cui affiorano”. E la pittura di mio padre è “un’accusa espressionistica, un grido pieno di angoscia contro la tirannia delle macchine”. Ma la fabbrica che ha dipinto mio padre è anche, precisa Elvira Cassa Salvi, posto dove l’uomo vuole “rivendicare la sua qualità, la sua dignità di uomo per sé e per gli altri”, e dove lo stesso Giordano “ha voluto resistere, tenere il suo posto nell’ingranaggio serrato del lavoro, sviluppare un seme insopprimibile di poesia”.

Oggi vedo lavoratori che salgono sulle gru per difendere il posto di lavoro, che si ammalano e muoiono dentro gli stabilimenti. Vedo lavoratori fare assemblee per discutere del loro futuro, raccontare i loro problemi davanti alla telecamere. E penso allora che gli operai non si sono estinti e che la fabbrica c’è ancora. E mi sembra di sentir rivivere ancora la fabbrica dei racconti e dei quadri di Giordano: fabbrica-mostro certo, ma anche fabbrica-comunità dove nascono e si consolidano robusti legami di solidarietà e fraternità.

La montagna

Rovistando tra le carte di mio padre in questi giorni ho trovato due lettere che i miei genitori si sono scambiati in tempi diversi. Riporto senza commento due passaggi di quelle lettere perché esprimono, meglio di ogni altra parola che io possa trovare, l’intensità della passione per la montagna che legava mio padre e mia madre.

“ Mio caro, caro Giordano ho tanta voglia di vederti. Torna presto e raccontami del ghiacciaio. Tu senti il fascino della montagna, senti il suo spirito. Il ghiacciaio è immenso e pauroso. Noi andiamo lassù, ma non possiamo capirlo o farcelo amico. E’ troppo per noi.
Mi fa venire in mente certe anime di santi, per noi incomprensibili nella loro altezza e profondità, che si sono lasciate indietro tutto (fiori, frutti, calore) e vanno diretti verso Dio.
Altre volte invece, quando si accanisce contro una vita umana, non solo non lo capisci, ma senti di odiarlo quasi. E’ così la montagna, tutta, paurosa, ma il ghiacciaio è ancora più pauroso per quel gelo eterno. Per fortuna al rifugio si può bere il vino buono e cantare e fare il matto con Dino e compagni”.

“Scrivimi a lungo amore Luisa, senza fretta, parlami di te, delle tue passeggiate e di quello che vedi. Vorrei tanto esserti vicino, camminare con te la sera quando si sentono i rumori, quando la montagna non guarda più ed è più severa e fa valere la sua grande potenza; resta rigida , sembra che dorma e il vento fa la guardia su e giù per i canaloni, andando da una parte all’altra, rimbalzando sulle pareti.

Alcune profezie

Penso che mio padre sia stato profetico in alcune sue intuizioni.
C’è un quadro in cui le automobili sono diventate una dilagante, incontenibile massa minacciosa di lamiere che si espande ovunque; e che si gonfia e sommerge case e palazzi, producendo una nuvola avvelenata che incombe su tutto. Nel quadro non si vedono esseri umani.
Il dipinto è del 1972, quando la densità delle automobili nel nostro paese era pari a 204 vetture ogni 1000 abitanti (dati del 1970). Mi pare sia la testimonianza di una predizione. Oggi (dati del 2008) la densità automobilistica ha raggiunto le 600 vetture ogni 1000 abitanti, e le automobili assediano le nostre città, rendono malsana l’aria che respiriamo, ci costringono a lunghe permanenze prigionieri dentro i loro abitacoli.
In un altro quadro, dipinto diversi decenni fa, un denso fiume ricolmo di rifiuti scorre lento, insinuandosi in mezzo alla natura rendendola malsana; e le piante, le foglie ed una luna velata ed affranta assistono impotenti e attoniti allo scorrere del sinistro carico di carcasse, putridi residui, relitti, rimanenze, scarti della nostra società.
In questo momento, in cui sentiamo continuamente notizie di veleni nascosti da qualche parte in fondo al mare, sotto i campi, le abitazioni, ovunque, mi pare che questo vecchio quadro esprima una profezia.

Lo sci

Mi piace terminare queste righe ricordando anche la sua felice stagione di sportivo e la passione per lo sci che era per lui un altro modo per vivere ed esplorare la sua amata montagna.
Un articolo del Giornale di Brescia, probabilmente dell’anno 1956 o 1957, ricorda i numerosi successi ottenuti nelle competizioni sportive: fu più volte campione cittadino e campione italiano della FISI. Il giornalista, indicando le ragioni che hanno portato mio padre ad ottenere questi bei risultati, usa parole che non sorprendono chi ha conosciuto Giordano: tenacia, spirito di sacrificio, serietà nella preparazione, modestia. Si tratta di risultati conseguiti, fra l’altro, in età relativamente avanzata ( campione provinciale di fondo a quarant’anni ) tant’è che nell’ambiente dello sci lo chiamavano amabilmente il “vecio”.
Una vecchia fotografia di giornale che ho davanti agli occhi ritrae “il terzetto del CAI”, vincitore di una “staffetta del Maniva“. Vi compaiono i volti divertiti dei componenti che mostrano i loro sorrisi compiaciuti e un po’ ironici davanti alla macchina fotografica, quasi a voler dire: ci siamo divertiti, non prendeteci sul serio. Si tratta di mio zio Davide Pelizzari, (che aveva percorso con gli sci la parte pianeggiante della corsa), di mio zio Eugenio Ledizzi (che aveva fatto la discesa) e di mio padre, che si era fatto carico (guarda un po’ !) di correre la salita.

(Giacomo Bailetti)

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