arte · brescia · spunti & eventi · talenti

Ricordando Giuseppe Bailetti “Giordano”

Mercoledì 16 dicembre 2009 presso il Caffè Letterario “Un mondo di carta, si è tenuto il dibattito Il partigiano, l’operaio, il pittore, dedicato alla figura di Giuseppe Bailetti “Giordano”, con interventi di:

  • Marco Fenaroli, Segretario della Camera del Lavoro di Brescia;
  • Vasco Frati, Presidente dell’AAB Associazione Artisti Bresciani.

  • Di seguito, l’intervento di Vasco Frati.


    Sono un frequentatore abitudinario della Maddalena. Ogni anno passo decine di volte per il Sentiero Giordano, che la congiunge alla Margherita: e il mio ricordo va istintivamente a Giuseppe Bailetti, con cui non poche volte ho percorso quel sentiero.

    Tramiti della conoscenza con Giordano furono Renzo Baldo, Mario Cassa, Mario Lussignoli, tre grandi intellettuali che hanno onorato la nostra città. Erano “maestri” nel senso socratico della parola, lucidi e coraggiosi interpreti dei nostri tempi, aperti ad interessi culturali vasti: superavano la discrasia fra le “due culture”, erano profondi conoscitori di storia, filosofia, scienza, letteratura, arte, musica, teatro, cinema, in una sorta di leonardesca ricomposizione unitaria di tutti gli elementi che si compendiano nella sintesi di cultura; si appassionavano alla politica nella sua accezione più alta e nobile.

    Comune era anche il loro percorso formativo: avevano avuto una solida educazione cattolica; erano stati quindi militanti o vicini alla Resistenza; avevano successivamente assorbito i valori e i princìpi etici, morali, civili del cristianesimo delle origini (liberati quindi dalle sovrastrutture o superfetazioni teologistiche e clerico-ecclesiastiche) negli elementi costitutivi acquisiti di un rigoroso razionalismo “laico”, di origine kantiano-illuministica ma che affondava le radici anche nella grande rivoluzione umanistica, con l’esaltazione della dignità e della centralità dell’uomo; e infine si erano evoluti verso l’umanesimo marxiano, come premessa della rivendicazione dei diritti civili e dell’affermazione dei valori universali di giustizia, uguaglianza, pace, e anche come strumento scientifico di analisi e di lettura critica e interpretazione della storia e della società, spostandosi verso posizioni progressiste sempre più avanzate.

    Baldo, Cassa e Lussignoli costituivano una specie di scuola di formazione, di riflessione, di dibattito, di conversazioni sui grandi problemi e princìpi, i cui partecipanti (si potrebbe dire “discepoli”) maturavano e crescevano; erano riferimenti insostituibili per le generazioni che si formavano negli anni del dopoguerra. Giordano faceva parte di quella scuola.

    Anche Bailetti era a suo modo un “maestro”, formatosi alla grande università della vita e della storia, in un momento epocale, quello delle grandi scelte; e lui aveva scelto la parte giusta e aveva compiuto un analogo percorso formativo, indipendentemente, sia pure con strumenti diversi: credente, partigiano, sindacalista, comunista.

    Baldo, Cassa e Lussignoli erano intellettuali liberi da ogni forma di cedimento elitario o di chiusura nella torre eburnea di un sapere ostentato e orgoglioso, pago di se stesso. Ma non solo per questo Giordano era un loro amico, un amico fra amici alla pari, ed amici coetanei (erano tutti nati nel 1920) e legati da una comune passione coinvolgente, l’amore per la montagna. Incarnava per loro la figura dell’operaio intellettuale ed era la testimonianza concreta e viva della loro fiducia –ora possiamo anche ritenerla utopistica– nella missione salvifica della classe operaia, capace di assumersi il compito di una crescita civile e sociale dell’intera comunità.

    Bailetti partecipava alle conversazioni con una sorta di timidezza e di semplicità, quasi un discepolo che aveva tutto da imparare e nulla da insegnare. Ma chi come lui aveva affrontato, da ragazzo e da giovane, una vita di povertà, fatica, durezze e sfruttamento ed aveva partecipato con piena consapevolezza alla Resistenza, aveva molto da insegnare. Era un modello di dignità, di fermezza nei propri convincimenti, di coerente difesa dei propri ideali, per i quali era disposto ad ogni sacrificio, sia quando scelse di militare nella Resistenza sia quando, per non rinunciare alle sue scelte sindacali e politiche, fu confinato alla OM nel reparto dei “cattivi”.

    In quel gruppo era dunque un dare e un ricevere reciproco. E Giordano poteva offrire un obiettivo alla sua tensione al sapere, fuori da ogni limite del dilettantismo acritico che spesso caratterizza gli autodidatti. Ma voleva anche cercare e trovare un modo a lui congeniale di esprimere la sua visione della realtà, della società, della storia, con un suo contributo specifico, personale, che sviluppò via via nel corso degli anni, anche con un faticoso impegno e disvelamento progressivi: doveva far uscire da se stesso il suo animo profondo di artista e –per esprimermi in termini che possono apparire retorici– di poeta: perché molte delle sue opere artistiche e molti dei suoi ricordi letterari sono anche pagine cariche di poesia. Scelse la pittura.

    La sua produzione artistica si configura come una appassionata ma lucida autobiografia oggettivata, caratterizzata da un profondo impegno etico e civile.

    I temi che ha scelto sono legati alle sue esperienze di vita, esperienze che sono un paradigma della storia degli anni Quaranta-Ottanta.

    La sua prima mostra personale si tenne nel novembre 1962 all’AAB. La presentava sul «Giornale di Brescia» Elvira Salvi, un’altra protagonista della vita culturale in quel periodo, il rapporto e la vicinanza con la quale furono pure positivi e stimolanti per Bailetti. Le sue recensioni sul quotidiano locale erano veri e propri saggi, prima ancora che di interpretazione stilistica, di cultura civile impegnata: non c’è arte –credeva fermamente– che non sia ispirata a valori etici. Le critiche di Elvira Salvi si presentavano come vere “battaglie” –tanto più in un ambiente profondamente provincialistico e clericale, e quindi nella sostanza ostile– a favore di una cultura lontana da ogni forma di fuga dalla realtà, di edonismo estetizzante. I riferimenti più vicini a Elvira Salvi erano le opere che si inserivano nel filone dei Neorealismi e successivamente della Nuova Figurazione.

    A quei filoni si collegava la produzione di Giordano, che era ben lungi dalla pur evocata naïvité, perché essa esprimeva piena consapevolezza e conoscenza di ciò che il mondo dell’arte più avvertito proponeva; semmai si può parlare in alcuni casi di ingenuità, perché ingenuo era l’animo di Giordano, di una acuta ingenuità. Ma non è intellettualmente ingenuo un giovane che sceglie come nome di battaglia nella Resistenza Giordano, il fiume della Palestina nelle cui acque Giovanni battezzò Gesù. Quel nome (mi piace pensare) era simbolo di una cerimonia di iniziazione: iniziazione alla lotta per la libertà e per la riconquista della democrazia, della giustizia, della pace. E Giordano era anche il nome del grande filosofo Bruno, immolato sul rogo nell’anno 1600 per eresia.

    L’opera pittorica di Bailetti si snodava fondamentalmente su tre temi.

    Il primo è la memoria della Resistenza.

    Chi ha osservato i lavori con i partigiani massacrati dai soldati tedeschi, caduti sulla neve ai piedi di grandi alberi, mentre neri corvi piombano dall’alto; o il viso stravolto del partigiano torturato e assassinato, icona di Cristo crocefisso; o il riposo di partigiani stanchi e stremati dal freddo, seduti sulla neve, anch’essi ai piedi di alberi con corvi svolazzanti attorno, non può non essere rimandato istintivamente alla serie di tavole del Gott mit uns di Guttuso (1943-45) o alle opere dei pittori del “Fronte nuovo delle arti” (1946-48).

    Giordano lavorava molto sul disegno di contorno e prediligeva il bianco e nero: scelte stilistiche del tutto coerenti con l’urgenza della passione, un grido forte contro la ferocia della violenza e della repressione e un inno alla resistenza contro tale ferocia e all’eroismo di chi la incarnava.

    Il secondo tema si concentra sul mondo dello sfruttamento e dell’alienazione, della fabbrica e delle macchine.

    Angosciante è l’accusa contro la tirannia delle macchine, simboli appunto dello sfruttamento e dell’alienazione, mostri terribili non meno della violenza bellica. Il volto dell’operaio alla catena è simile a quello del partigiano torturato; e così pure quello dell’operaio infortunato condotto all’infermeria dello stabilimento. La pittura di Giordano era testimonianza, atto d’accusa, grido, invocazione alla liberazione dell’uomo. La sua protesta coinvolgeva anche il mondo contadino, con la sua fatica sfibrante e intollerabile: anche qui volti femminili e maschili, dolenti, scavati, ma sempre dignitosi.

    L’ultimo tema riguarda la montagna, il paesaggio, la natura (il “creato”, avrebbe detto Giordano).

    Dai sentimenti di rivolta contro la violenza e l’ingiustizia Bailetti si liberava con la contemplazione della natura, con lo stupore e la meraviglia di un poeta; e come un poeta la riproponeva nei suoi dipinti.

    Era preso da un vitale amore per la natura: il paesaggio, la montagna, i boschi, gli alberi, la terra, i torrenti, le paludi, alla cui magia guardava con stupefatta ammirazione e che rappresentava con affetto, tenerezza, intensità.

    L’amore per la montagna è una passione forte: solo chi la pratica può comprendere appieno tale passione. La montagna è espressione di solidità, di moralità, è stimolo alla riflessione e alla “meditazione”. Chi cammina in montagna non parla: pensa, guarda, osserva. L’albero, il fiore, il filo d’erba, la pietra, i profili delle cime sono perennemente cangianti, sempre diversi da sé e nuovi; la luce che filtra nei boschi, tra gli alberi, crea “giochi” di colori fantastici. La fatica è appagata dalla gioia della conquista, è una prova di se stessi, è disciplina; è dura, ma ristoratrice e ritempratrice.

    Bailetti ha detto (lo ha ricordato Mauro Corradini): «Io dipingo le montagne solo se mi sento buono.» Ma la montagna di Bailetti non è solo il grembo del bosco, i boschi notturni rischiarati dalla luna, la chiesa che traspare dalla nebbia sopra un fitto bosco, il silenzio e la pace delle radure innevate, e mai che appaiano uomini o esseri viventi, tranne i corvi (nero su bianco); è anche la montagna che aveva conosciuto durante la Resistenza. Bailetti era buono ma non, come direbbe il grande Brecht, saporito. Ed ecco i rami contorti, gli intrichi dei cespugli, i tronchi sfiancati nelle lame. Bellezza e sospensione (o un brivido), il candore della betulla e la forte rudezza del castagno.

    Ma l’abbandonarsi all’abbraccio della natura è sempre foriero di serenità. Giordano, quando dipingeva la montagna, era alfine sereno e pacificato.

    Annunci

    One thought on “Ricordando Giuseppe Bailetti “Giordano”

    1. Leggo casualmente solo ora dell’iniziativa. Peccato non averlo saputo per tempo, ma in quella data mio padre già stava male e non sarei riuscito comunque a vedere la mostra. Papà era del 1919, amico di Bailetti e anche lui operaio all’OM nel reparto “cattivi”. Di Giuseppe conservo a casa, ora che papà non c’è più, un bel quadro ad olio e una china su carta (che per me è stata sempre un po’ inquietante).

    Rispondi

    Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

    Logo WordPress.com

    Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

    Foto Twitter

    Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

    Foto di Facebook

    Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

    Google+ photo

    Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

    Connessione a %s...